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Il Milanese Imbruttito meets il Diego (Abatantuono)

Sì proprio lui, il Diego nazionale

Incontriamo Diego al Meatball Family, il ristorante di via Vigevano che da “un anno secco” ha aperto insieme ad altri soci. Si tratta di un bel locale con tratti all’ammericana e il culto della polpetta, tipico piatto della cucina italiana e gustoso anche all’ora dell’aperitivo. Proprio alle sette arriva Diego: racchiudere un’ora buona di chiacchierata in poco più di due pagine sembra davvero un’impresa impossibile. Non solo per la quantità ecceziunale di carne al fuoco, ma anche e soprattutto perché selezionare vuol dire eliminare e tutto è stato emozionante, unico, irripetibile. Dunque, premesso quale gravoso incarico ci troviamo ad affrontare, iniziamo il viaggio nella vita di uno dei maggiori attori del Nuovo Cinema Italiano, un artista che ha saputo diventare personaggio senza mai perdere il rispetto per il lavoro e la missione dell’attore, capace di trasmettere le emozioni più diverse, nei modi più diversi, rimanendo fedele a se stesso.

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La storia di Diego Abatantuono inizia aMilano, nel quartiere del Giambellino dove “erano tutti immigrati, qualche veneto e tutti gli altri meridionali” eccetto suo nonno materno, originario di Como. La mamma si chiamava Rosa e aveva una sorella, sposata con il proprietario di un club, il Derby di Via Monte Rosa. “Non mi piaceva andare a scuola, fortuna comune a molti” ma nessuno oltre a Diego aveva la fortuna di poter passare il tempo, in teoria da dedicare allo studio, nelle sale ombrose del Derby Club. È la seconda metà degli anni ’60 e Gianni Bongiovanni, lo zio geniale di Abatantuono, sta costruendo il mito del Derby. Diego passa prima i pomeriggi a guardare gli artisti provare, poi a quindici anni “essendo precoce nelle uscite, ed essendo sempre a casa da solo” non ci mette molto a frequentarlo anche la sera. Inizia la carriera nel mondo dello spettacolo come tecnico delle luci, e il primo problema è convincere lo zio ad aggiungere una cabina, in modo da vedere meglio gli effetti di luce sul palco e anche qualcos’altro nel locale: “A quindici anni non avevo altro interesse al di fuori delle donne. E dalla cabina potevo vedere le fighe in sala e farmi a mia volta intravedere.” Anche sul palco ci sale inizialmente spinto “da quel motivo là”. Perché a quindici anni Diego era timido (ci crediamo poco ndr) e per sconfiggere la timidezza e di conseguenza poter “broccolare”, saliva sul palco preparando la scena all’artista e presentandolo.

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L’adolescenza, “il periodo più importante della vita, quello da cui dipende tutto ciò che saremo e faremo dopo”, Diego lo trascorre facendo la gavetta, una gavetta “fatta, per così dire, sulle spalle degli altri”, in particolare di un gruppo di artisti/cabarettisti veronesi, i Gatti di Vicolo Miracoli “che arrivano al Derby e fanno qualcosa di completamente diverso.” Il regista, Arturo Corso, era stato aiuto regista di Dario Fo e aveva messo in piedi uno spettacolo più complesso del classico Cabaret. Diego inizia ad affiancarlo e deve faticare e imparare parecchio, visto gli effetti di luce molto più complicati di quelli cui era abituato. Il Derby sta stretto ai Gatti e anche al giovane Diego: sono gli anni ’70, un periodo di grandi cambiamenti e per Diego il primo di questi è salutare lo zio e seguire gli amici in giro per l’Italia. “Con i Gatti abbiamo girato per tre anni… per tutto quello che è successo, oggi mi sembrano trenta.” Viaggiavano in macchina, parlando di cinema e di politica, Diego era il tecnico di scena, ma “con il mio cappello, il blazer blu, la camicia di jeans e una chitarra, quando arrivavamo nei locali mi scambiavano per il cantante del gruppo.” Per non diventare l’autista, Diego evitava sistematicamente di prendere la patente, anche dopo aver compiuto diciotto anni, quasi a voler protrarre quel periodo all’infinito. “Ma tutto prima o poi deve finire” e la fine arriva quando i Gatti diventano un po’ più famosi e fanno il salto con Non Stop. Diego, ormai ventenne, non sa bene che fare e in quel momento gli si presenta una grande occasione: suo zio lo vuole direttore artistico del Derby. “A mio zio giravano i coglioni perché appena un personaggio sfondava abbandonava il Derby. Il Pozzo del cabaret non voleva perdere i suoi talenti e voleva uno spettacolo stabile.” Diego sa che il problema che vorrebbe risolvere Gianni è una causa persa, “perché restano solo quelli scarsi”, ma accetta il lavoro e si affida ad un gruppo di giovani artisti: “Maurino” Di Francesco, Porcaro, Faletti, Ernst Thole e altri. Lui sale sul palco per aprire e chiudere lo show: “Per i cabarettisti era un problema aprire e chiudere, perché in quei momenti le persone in sala arrivano o vanno via. Normalmente erano gli esordienti a farlo, tanto se andavano male non fregava un cazzo a nessuno. Ma allora iniziai a farlo io.” Erano anni che Diego parlava continuamente con artisti del cabaret e quel ruolo, a metà tra il presentatore e il cabarettista, era fatto apposta per lui. “Nessuno inventa un cazzo nel mondo dello spettacolo, quella però fu una mezza invenzione”. Di lui e dei suoi compari si accorsero Enzo Jannacci e Beppe Viola che in quel periodo stavano preparando La Tappezzeria con Massimo Boldi. Lo spettacolo è un vorticoso viaggio per Milano alla ricerca di musicisti disperati per mettere su “una festa di merda” a casa di uno stronzo, il Dogui, che non vuole pagare i tappezzieri, Boldi e Abatantuono, a meno che non suonino alla sua festa. Uno spettacolo corale che terminava con l’abbuffata del fratello di Boldi, Claudio, “buono come il pane e obeso in maniera incredibile. Aveva una voce stridula con la quale si lamentava perché dentro la pasta che si mangiava sul palco, mettevamo di tutto!”

Sono anni trascorsi, prima di tutto, divertendosi. Non è il mito della celebrità a spingere questi giovani sul palco: “Io nella vita volevo fare qualcosa che mi facesse divertire. Per questo ho fatto l’attore, non per i soldi o la fama.” I ragazzi del Derby si divertivano, girando per Milano a fare scherzi e inventandosi nuove gag, e lavoravano di continuo. “La cultura popolare era quella del lavoro, era quella del quartiere. Se il tuo vicino di casa manda avanti una famiglia vendendo limoni, come puoi innamorarti dei soldi, della ricchezza?”. Lavoro e divertimento, erano questi gli ingredienti del successo del Derby Club, che Diego e i suoi continuarono a cercare anche dopo, quando non si esibivano più lì. Che fosse il Capolinea, o il vecchio 4cento, l’atmosfera che cercavano erano quella conviviale e multiforme del Derby, l’importante era la compagnia: “in un mondo ancora senza telefonini si usciva, si stava insieme, si cantava e si ballava.” Una vita fatta di piaceri semplici, che non è un limite ma una risorsa per l’attore, che permette a Diego di compiere il grande salto. Inizia a fare cinema e, dopo il primo ruolo da protagonista ne Il tango della gelosia (1981), arriva la chiamata di Carlo Vanzina. Ecceziunale… veramente, I fichissimi, fino ad arrivare al mitico Attila, “il più emblematico”: questi sono film che fanno il botto e Diego ne è il protagonista indiscusso. Gira quasi venti film in due anni “una cosa normale solo nel primo dopo guerra. Non esiste un attore che ne abbia fatti tanti in così poco tempo.” Il motivo di quella bulimia professionale era uno “zanza”, un agente ladro che mentre Diego lavorava incassava, e che lo ha lasciato con pochi soldi e tante tasse da pagare. Dopo aver smascherato il finto amico e aver capito la gravità della sua situazione economica, inizia per Diego un periodo difficile che lo porta ad abbandonare il cinema. “Mi ci è voluto qualche anno per ripartire. Ma oggi posso dire che se non mi fosse andata male allora, non avrei potuto costruire la carriera che ho avuto. Dopo essere stato sodomizzato professionalmente, sono cambiato, evoluto.” Se la ride Diego mentre sorseggia un bicchiere di rosso. Ride perché avendo smesso di fare quei film ha potuto iniziare una nuova carriera, e l’inizio di questa nuova avventura si chiama Pupi Avati. Pupi per Regalo di Natale (1986) pensa a Lino Banfi che rifiuta, allora il regista bolognese si mette sulle tracce di Diego e lo intercetta casualmente a casa di una sua ex che Diego proprio quel giorno, casualmente, era andato a trovare. Il destino si mette di mezzo e lancia la carriera di Diego nell’Olimpo del Nuovo Cinema Italiano. Ha un nuovo agente, Maurizio Toti “che diventa praticamente un fratello” e dopo Pupi inizia a collaborare con Gabriele Salvatores. “Gabriele è un amico, una persona talmente diversa da me che ci siamo trovati.” Il sodalizio artistico con Salvatores genera molti film meravigliosi. Tra questi, Mediterraneo (1991) regala a Diego l’avventura dell’Oscar. “Io non sono un tipo molto emotivo… ma devo dire che lì mi sono emozionato anch’io”.

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All’inizio del nuovo millennio Diego è un mito. È stato un tecnico del palco scenico, un cabarettista, Attila, un attore da oscar, un produttore di successo. Sente la necessità di tracciare la strada per chi lo segue, e nel 2004 inizia l’avventura di Colorado Cafè. Parte dalla Salumeria della musica e arriva su Italia1, un successo che dura dieci anni. “Dietro a questo progetto c’era la voglia di fare qualcosa di simile al Derby.” Ma ricreare quel miracolo artistico è impossibile, “ho avuto un culo incredibile” perché non ci sarà mai un luogo che, in un atmosfera di gioia e divertimento, accoglie persone così diverse tra loro, dai celebri “balordi del Giambellino” ai gran signori, dalle dame della Milano bene ai ladri di camion, che arrivavano fino in via Monte Rosa per bere una cosa al Derby “provando anche a vendere qualche televisore a mia madre” tanto ne avevano “una camionata.”

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Questa è la storia di Diego, una storia fatta soprattutto dalle persone che l’hanno condivisa. E proprio mentre stiamo per arrivare alla fine, entra nel locale un signore ben vestito, parecchio imbruttito, tale Walter, che Diego saluta con affetto, “Tutto quello di cui vi ho parlato? C’era anche lui!”. Poi Walter gli chiede un tavolo per lui e le sue tre amiche, tre signorine russe piuttosto carine, si siedono di fianco a noi e ascoltano la fine della nostra intervista.

Per concludere, chiediamo a Diego di raccontarci con poche parole alcuni dei suoi compagni di viaggio. Porcaro che gli manca moltissimo, “per il quale la mancanza della presenza supera ogni altro sentimento”; Calà di cui ci racconta (imitando Jerry e quasi uccidendoci dal ridere) un’alcolemica serata al lady Godiva, night club “a conduzione socialista” sotto le Grand Hotel di Rimini “pieno di fighe, molto simpatiche”, conclusa con il Gatto svenuto sul retro della macchina e Diego alla guida, senza patente, in direzione Verona. Teocoli che “mia mamma chiamava Diego” ma con il quale i rapporti si sono logorati. Il Milan che tifa da sempre, e che nell’89 ha seguito in camper fino a Barcellona per assistere alla straordinaria vittoria contro lo Steaua. Di nuovo Salvatores che “come Vanzina, Avati e Veronesi, possiamo dire abbia iniziato con me.” Il Dogui “che era al di là del razzismo, era di più, e alla fine ha avuto molto più successo di quanto ci saremmo mai immaginati.” Ci parla dei suoi figli, “che sono sempre, ognuno di loro, una nuova avventura, perché non si diventa mai genitori professionisti.” Dei miti del cinema italiano “Sordi, Gassman, Mastroianni, Volonté e Tognazzi. Che non sono i miei attori preferiti ma sono oggettivamente i migliori, di sempre, del mondo”.

E dopo aver bevuto qualche bicchiere di rosso e aver assaggiato le deliziose polpette del Meatball Family, salutiamo Diego che ci regala un’ultima emozione: la voce nasale e affaticata di Jerry Calà che implora “un ultimo whiskino”.

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A presto e viulentemente grazie Diego!

 

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