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L’Imbruttito a New York e l’Aperitivo Italiano aka la dura vita da expat

 

C’è da chiedersi quale sia la dura legge che obbliga molti Imbruttiti residenti all’estero a replicare – se non a estremizzare – in maniera metodica e a tratti compulsiva i comportamenti e le abitudini nostrane, spesso quasi a voler ribadire una ferrea volontà di non-integrazione con la cultura locale.

Certo, la vita dell’immigrato – ehm, forse bisognerebbe chiamarlo “expat”, che fa decisamente più cool – non è affatto semplice, a cominciare dagli aspetti più basilari, come il cibo. Quando vivevo a New York, avevo un bel da dire sulla bontà dei miei pasti a stelle e strisce: l’aver eliminato fritti e carni rosse credevo mi avrebbe dirottata nell’Olimpo del virtuosismo alimentare, e finivo per nutrirmi principalmente di pollo, arrosto, alla piastra, grigliato, bollito o sotto forma di brodo quando ero malata. Illusa! Fu proprio un’amica yankee che, di fronte alle mie lamentele per essere aumentata di una taglia di reggiseno e prenotare cerette con cadenza settimanale, mi rivelò il segreto dei polli americani – piccole bombe H agli ormoni – che di fronte a un apporto calorico limitato possono trasformarti in poco tempo nel surrogato di un’inconsapevole una drag queen.

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Sì, la vita lontano da casa può rivelarsi una vera e propria fregatura, soprattutto quando sotto le festività natalizie un rabbino alla fermata della metropolitana ti offre i dolcetti tipici di Hanukkah, tu stai per afferrarne uno con le mani intirizzite e lui indietreggia di qualche passo domandandoti prima se condividete lo stesso credo religioso. Ricordi per un attimo che la menzogna – negli Stati Uniti – è il peggior peccato di cui un individuo possa macchiarsi, e allora gli rispondi candidamente che no, che tu sei stata cresciuta come cristiano cattolica, anche se ormai non puoi definirti nemmeno più tale, e lui allora replica secco “per te niente dolcetto”. Sento ancora la mia voce tra il piccato e l’incredulo che cerca di farsi valere – “questa è discriminazione!” – ma di fronte alla sua provocazione “sì… e fa male, non è vero?”, anche il desiderio di agguantare un biscotto al cioccolato si era dissolto insieme alla neve che cadeva sul marciapiede.

Per non parlare poi delle prime settimane in cui credevo di stare segretamente sulle palle a tutti quelli che conoscevo, dato che – una volta scambiato il rispettivo numero di telefono – le varie promesse “dai, ci sentiamo la prossima settimana” finivano infrante contro un muro di silenzio. Ricordo che mi ci volle quasi un mese per rendermi conto che il mio problema non era di ordine caratteriale, quanto logistico: imperdonabile fu la mancata attivazione della segreteria telefonica, forse il principale mezzo di comunicazione newyorchese, dove scoprii che i miei contatti avevano lasciato decine di registrazioni, tra il preoccupato e il colorito, invitandomi a dare segni di vita. Già, perché mentre noi Imbruttiti – appena scatta il messaggio automatico della segreteria – riagganciamo senza nemmeno pensarci due volte, qualsiasi Americano, al contrario, perderebbe almeno due o tre minuti a parlare velocissimo cercando di condensare in quel breve lasso le varie ragioni che l’avevano portato a chiamarti.

Nessuno arriva in America – o in Australia, Cina, Argentina etc – con un libretto di istruzioni “cultura italiana VS cultura locale”: in fondo però, il bello di trascorrere un tempo considerevole al di fuori della propria “comfort zone”, come la chiamano alcune riviste di psicologia femminile, è pure questo, e anche se sono stata tentata più volte di stilare un personale decalogo dei “do’s & dont’s” testati sulla mia pelle, finora non mi ci sono mai impegnata.

Ma si sa, l’evento fa l’Italiano ladro, ed eccoci quindi di nuovo all’ombra dell’Empire State Building, a partecipare a una serata intitolata appunto “Aperitivo Italiano” da Alfredo 100 – “New York’s most respected Italian Restaurant” – dove brandendo bottiglie di Peroni anziché Budweiser ci impegneremo nella sacra arte del networking come se fossimo a casa nostra, perché se è vero che fuggiamo dall’Italia, pare altrettanto sacrosanto che appena arriviamo all’estero ci circondiamo per la maggior parte di nostri connazionali.

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Va detto che sin dall’ingresso si aveva più l’impressione di stare al Radetzky anziché in un ristorante di Midtown. A grandi linee, il pubblico poteva dividersi in due grandi categorie: da un lato, i fedelissimi della combo “Hogan corredate da maglioncino Ralph Lauren”, ancora convinti di trasudare – attraverso il loro stile loggato – un’attitudine benestante-borghese-elegante-signorile in grado di poter aprire le porte del successo in terra americana. Un po’ di tenerezza te la fanno pure, dato che nella loro ingenuità non sono consapevoli di rappresentare quelli che vengono comunemente chiamati i “fresh off the boat”, che sono un po’ spaesati e pensano di stare ancora passeggiando per corso Garibaldi il venerdì sera per raggiungere il tanto agognato spritz.

Dall’altro, poi, c’è la nutrita folla di coloro che la boat l’hanno abbandonata da almeno un anno: vestiti e pettinati di tutto punto, con la giacca seria e le scarpe tirate a lucido, manco dovessero presenziare al battesimo del cugino, che a New York si fanno forti dello stereotipo italiano per eccellenza, ossia del “latin lover passionale con uno spiccato senso dell’eleganza e che sa cucinare”, come mi fa notare la mia amica Silvia, ormai trapiantata nella Big Apple da più di tre anni. Ecco spiegato quindi l’azzardo dell’outfit da comunione per recarsi a un semplice aperitivo/evento di networking, che – tradotto nella loro personale lingua – è un “pescaggio di americane cretine alla ricerca del latin lover citato sopra”. Diamogliene atto, però: “se li metti a competere con i vari financial/law douches (o douches generali) che scorrazzano per Manhattan nei loro abitoni grigi in fresco lana o poliestere con fit anni ‘90… beh i fighetti italiani fanno la loro bella figura, ecco”, continua Silvia, che lavora pure nella moda e ha un occhio più critico della media.

Qual è allora il problema, vi starete chiedendo. Il problema è proprio quell’atteggiamento carico di supponenza che non pare voler essere stemperato, nemmeno in un Paese – l’America, appunto – che tra i suoi pregi vanta quello di non nutrire i preconcetti che spesso fanno incazzare noi Europei – Italiani in particolare. Ed ecco allora che in un attimo ti ritrovi di nuovo a venire squadrata dall’alto al basso, bombardata di domande da perfetti sconosciuti su cosa fai nella vita (“dimmi che lavoro fai e ti dirò chi sei”) e su cosa ti abbia portato ad attraversare un oceano, con quella sboronaggine indotta dall’essere degli Italiani all’estero, ché credono basti nominare Milano, Firenze o Roma per far pendere tutti dalle proprie labbra. Non abbiamo resistito tanto, lì dentro: sopportare i classici discorsi ad alto tasso di convinzione che spesso devi sorbirti durante gli aperitivi milanesi era una punizione troppo ingiusta, e ormai avevamo collezionato abbastanza materiale per recensire questa sorta di esperimento sociale.

Peccherei comunque di scarsa completezza se non menzionassi il tizio che ci ha provato per gran parte della serata con Silvia, un hoganista logorroico diMilano con maglioncino a collo alto e zip – “sarà anche bella eh, ma aNewYok c’è davvero un clima di merda” – occhiali sottili senza montatura, casa ovviamente a Manhattan nell’Upper East Side e la certezza che a Brooklyn non ci si arrivi con la metropolitana, bensì col treno, “che poi però appena scendi guarda che ti sparano”.

Inutile forse sottolinearlo, ma il buon Alfredo 100 aveva allestito quello che in gergo comune è noto come “apericena”, e gli abbienti ma affamati avventori hanno assalito il ricco buffet come un branco di avvoltoi, invogliati dalle grandi quantità di cibo gratuito: noi abbiamo preferito prendere la linea L della subway per dirigerci a bere in un bar di Brooklyn e – contrariamente alle previsioni nefaste – siamo ancora tutti vivi.

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