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Manuale di sopravvivenza a un paradiso (o forse un inferno?) chiamato «press sale»

Ogni anno è la stessa storia: mi riprometto di non cascarci, di non lasciarmi tentare, di essere forte. Ma poi, appena clicco sul famigerato «RSVP», nella mia testa parte Oops!… I Did It Again, e il desiderio di spararmi una levataccia solo per mettermi ordinatamente in fila davanti allo showroom di turno prende il sopravvento.

Già, perché nel calendario mentale di ogni fashion victim che si rispetti – sì, me (almeno in parte) inclusa – il mese di novembre aMilano fa rima con «press sale», altrimenti note come le svendite per la stampa, dove brand inarrivabili svendono per (un po’ più di) due spicci la collezione che si trova nei negozi a prezzo pieno.

L’occasione fa l’uomo ladro, la donna non parliamone, e quindi ecco che l’amicizia con un paio di stylist e redattrici di moda rappresenta il lasciapassare per il gotha supremo del glamour, il cui corollario sotteso suona un po’ come «se sei qui, allora hai il giro giusto».

Pure questa volta commetto il solito passo falso, non paga di essermi lasciata truffare come una babba da un sedicente venditore online che mi aveva promesso due biglietti per i Foo Fighters, salvo poi sparire a bonifico effettuato. Se mi hanno rubato dei soldi e insieme a loro la possibilità di vedere Dave Grohl, d’altronde in qualche modo mi dovrò pur consolare.

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Anche in questo fatato universo vige la regola imbruttita secondo cui la timing è tutto. Ci si reca alla svendita o il giorno di apertura, meglio se al mattino, o quello di chiusura, perché – come mi confidò a suo tempo un’annoiata avventrice che attendeva il suo turno in coda – «sai, poi riassortiscono e devono cercare di vendere il più possibile». La stessa poi aggiunse di non pagare mai il totale con un’unica carta di credito, ma di suddividerlo scientificamente su due carte e un bancomat, «così mio marito si distrae». Per me il problema non si pone, dato che il mio conto in banca è molto più sgamato del consorte della signora, e ogni fine mese non manca mai di ricordarmi che il futuro è appeso alla tracolla dell’ultima borsa che ho acquistato in un impeto di entusiasmo e onnipotenza, dimenticando di controllare l’ammontare che mi separava dal profondo rosso.

Ma veniamo a noi: dentro al paradiso del ribasso, vale la legge darwiniana secondo cui è il più forte a sopravvivere. «Nessuna pietà is the new black», e mai come ora occorre guardarsi le spalle da agguerritissime fashion blogger che già pregustano la foto serale in outfit scontati sui binari del tram, o da mamme malefiche che volutamente entrano con passeggini e carrozzine. I buoni sentimenti vanno abbandonati in fretta: questo non è amore genitoriale, ma la ferrea volontà di ostruire il passaggio, così da guadagnare un intero stand di abiti da visionare in santa pace e permettersi il lusso di avere un range di almeno due lunghi minuti per valutare l’acquisto.

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Le indecisioni, il fair play e la cortesia si pagano molto più cari di un cappotto in gabardine: chi prima arriva meglio alloggia, e anche se questo significa dover fare sollevamento pesi, meglio raccattare quanta più roba possibile e filare dritto nella zona adibita a camerino di prova.

Che poi, chiamarli «camerini» è un’esagerazione. Se va bene, si tratta di bugigattoli microscopici tipo box doccia muniti di tenda o paravento di fortuna che ti separa dalla massa, ma bisogna comunque adattarsi ad ogni evenienza: spesso mi sono cambiata in un bagno, in altre occasioni nello sgabuzzino delle scope, sempre senza fare un plissé. Capita anche di essere invitate a entrare in uno stanzone comunitario dove lo spazio è condiviso con le tue avversarie, e qui sì che ogni leggerezza viene punita. Vietato perdere di vista ciò che ti eri provata e avevi abbandonato su una sedia, tempo neanche un minuto e non lo trovi più; vietatissima la confidenza – quando diedi retta a un «mmm, secondo me quel vestito non ti cade bene sui fianchi» – vidi poi il vestito in questione finire sotto il braccio della mia infida consigliera in tempo zero.

L’imperativo – in particolare quando si è in gruppo – è l’auto-giustificazione e l’argomentazione probatoria:

«Che cosa ne dici di questo cappotto?»

«Bah, non so, ne hai già molti, e comunque costa 250€. Insomma, se poi conti che hai già preso due abiti, un paio di scarpe…»

«Hai ragione, ma mi risolve QUEL problema che sai che ho con QUELLA gonna, hai presente? E poi in negozio verrebbe più di 1.000€, un’occasione del genere non mi capita più!».

Pronunciare la suddetta frase significa essere passate al lato oscuro della forza, perché di fronte a un’evidenza simile non c’è nulla che tenga: nemmeno l’ipotesi di un’ipoteca sulla casa riesce a placare il desiderio bulimico di avere accesso al lusso più sfrenato con cifre da H&M.

A quel punto, vale tutto, dallo strizzarsi in una taglia 40 consapevoli di essere una 44 – «Guarda, non me ne frega niente, lo porto dalla sarta e in qualche modo lo faccio allargare» –, alla creazione di ipotetici outfit futuri – «Beh, questo lo posso di sicuro mettere al matrimonio di Francesca» «Ah maddai, si sposa?» «No, non ancora, ma sono molto innamorati» –, fino a falsi slanci di generosità – «Se poi vedo che non lo metto, lo do alla filippina che viene a pulirmi casa».

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Uscite indenni dal temibile trittico fila-scelta-prova, il peggio è (forse) passato: stremate ci si avvicina finalmente alla cassa, salvo scoprire che il pagamento va effettuato solo in contanti. Così, giusto per aumentare lo sbattimento e rendere ognuno consapevole – soldi alla mano – dell’ammontare del proprio personale peccato. L’ansia con cui si chiede alla commessa di turno di «tenere da parte la mia roba» tocca vette inaspettate, e il tragitto bancomat-showroom è un’esercitazione da centometristi che manco Carl Lewis, ma alla fine sembra che ogni possibile imprevisto sia stato scongiurato. O quasi. Una volta, mentre aspettavo religiosamente il mio turno con le banconote strette nel mio pungo un po’ sudato, venni avvicinata da un’elegante signora con due telefoni in una mano che squillavano all’impazzata e un paio di stivali nell’altra, che disperata mi raccontò di dover andare a prendere il figlio a judo, di essere in un mega-ritardo e di non poter attendere ulteriormente in coda: «queste scarpe, tu non puoi immaginare quanto le ho cercate, davvero non immagini… e adesso le ho trovate, e costano pure un terzo, come faccio a lasciarle qui?». Già, come fare? Il derby del cuore tra figlio e stivali deve comunque finire in pareggio, per cui la sua proposta era di darmi i soldi e adempiere ai suoi doveri di madre, mentre la sottoscritta avrebbe svolto le mansioni di un maggiordomo, recapitandole gli acquisti «da Cova, così magari ti offro un caffè, eh?».

Chi sostiene che il denaro dia alla testa, forse non è mai stato a una press sale.

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