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Il bestiario degli universitari milanesi: capitolo Politecnico di Milano

Come avete mai potuto pensare che ci fossimo scordati dell’ombelico delle facoltà universitarie milanesi, il PoliDiMilano? O forse, più che ombelico, il buco del culo. Perché le sedi del Politecnico stanno proprio laggiù, in culo ai lupi: tra Bovisa e Città Studi, il Politecnico è a MilanoMilano quanto l’Arena di Verona è a tre fermate da Corso Vittorio Emanuele. E lo sappiamo tutti che valicato il perimetro della Circonvalla, tutto il resto è Zambia. E c’è voluto un po’ più di tempo per redigere una ricerca antropologica all’interno della succursale di Rebibbia, ma ce l’abbiamo fatta perché l’antico testo di Analisi Matematica I andava portato in salvo (?).

Ecco i profili più comuni che è possibile vedere al Poli:

L’architetto

Lo studente-tipo d’architettura si veste di nero, o meglio: si deve vestire di nero, altrimenti non lo farebbero entrare in lista 2 HB e sedersi di fronte alla tavola luminosa. E con la stessa falcata e gioia di vivere di Mercoledì Addams, dopo il primo disegno prospettico, l’architetto ha già superato Le Corbusier e guarda i lavori di Renzo Piano come Beyoncé guarda chi ha comprato i biglietti in piccionaia a San Siro. Infatti, sarebbe capace di partecipare all’appalto per terminare i lavori – se non rifarli completamente – della Salerno- Reggio Calabria; ma intanto, a casa, non ha mai terminato la Torre di Sauron coi Lego de Il Signore degli Anelli. Una volta iscritto ad Architettura, l’architetto quando va in giro diventa anacronisticamente promoter di Immobiliare.it: vede una porta del bagno scartavetrata a mano? Foto. Vede un cancello in perfetta simmetria col davanzale della finestra? Instagram, e via andare. L’architetto studia solo e unicamente se i libri sono stampati in 120 grammi opachi, altrimenti hanno la stessa valenza della carta da culo Regina o impilati per alzar ancora di più il piedistallo dal quale guardano quelli di Design del Prodotto. L’architetto lo si riconosce in giro perché sempre pieno di cartellette e si ha  la paura che ti fermi per chiederti: «Shao belo, cartoncino da acquarello uno euro, solo uno euro per te!»

L’ingegnere

Solo lui sa cosa significhi veramente studiare e ridurre qualsiasi tipo di argomentazione a una funzione esponenziale, di cui potrebbe farti anche il grafico con le patatine della pizza se una sera ci uscissi e gli chiedessi cosa studia. Però, in caso gli chiedessi di aprirti la bottiglia dell’acqua devi un attimo aspettare perché deve rivedere il capitolo sulla fluidostatica, altrimenti puoi morire lì dove cazzo stai. L’ingegnere può iscriversi in facoltà solo se portatore di occhiali e maglioncino in diverse colorazioni da sfoggiare durante il periodo compreso tra ottobre del primo anno e il secondo master. Se a Mosè sul Monte Sinai son state date le Tavole coi Dieci Comandamenti da Dio affinché lui le condividesse con l’umanità, l’ingegnere è convinto di aver avuto la chiamata dell’Arcangelo Gabriele al fine di far sapere al mondo la supremazia del proprio corso di studi; infatti, l’ingegnere è capace di creare gerarchie all’interno degli ingegneri stessi: un rompicoglioni ad hoc. A un appuntamento romantico l’ingegnere tira sempre fuori l’argomento big data: inutile sbattergli  in faccia che l’unico big che vi piacerebbe è qualcos’altro.

Il designer

È colui che ancora non capisce che la settimana della moda, proprio per il nome della stessa, duri una settimana; in particolar modo il fashion designer che, dopo il primo modellino di tubino, si domanda il perché Dolce&Gabbana non gli abbiano ancora venduto il marchio. Nonostante sia considerato e visto dall’architetto e dall’ingegnere fuori luogo quanto Arisa da Victoria’s Secret, il designer fa del concept il suo punto di forza che a confronto il noumeno di Platone è roba da principianti. Anche se gli si facesse notare che un suo progetto o idea fa letteralmente cagare, per contratto sottoscritto su un pezzo di 100% cachemire, il designer ti risponderà: «Ma cosa ne vuoi capire tu di questa roba se non studi Design?», per cui ti verrebbe da rispondergli: «Ma ti vuoi dare una cazzo di calmata che disegni il packaging del dentifricio?». Ma niente.

Articolo scritto da Andrea Perticaroli

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