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Lettera a Carlo Cracco
 (da leggere una volta raggiunti i 220° coglioni ventilati)

Caro Carlo,

e iniziamo benissimo perché caro effettivamente sei: 8 grammi di pasta al dente a 34 euro sono ok solo se alla fine ci rifai pure la ricostruzione ai molari. Ma comunque: non so da dove tu sia uscito. Così, sa il cazzo e il pomodorino ciliegino come, un giorno appari in tv come chef d’alta cucina; ed è stato un po’ come vedere Greta Menchi esperta di tendenze tra i giudici di Sanremo 2017.

Però ti ammiriamo: grazie a te abbiamo imparato che il rabarbaro, la curcuma e il cardamomo non sono cose astratte tipo il nirvana o l’anima; e davvero Carlo, grazie. Ma dal canto nostro, ci piacerebbe sapere che cazzo di corrente al contrario hai percorso, assieme ai salmoni, per arrivare a schiacciare le noci col culo e farle pagare come Beyoncé ospite alla sagra della tagliatella a Gabicce Mare.

Sei nato nel 1965 a Creazzo, Vicenza, che non è poi quest’uovo alla coque di Versailles; ti sei calato i risi e bisi e quantità di pasta e fagioli tali da pensare di aromatizzare qualche piatto pure con le scorregge e farle passare come aroma del Mar Morto. Dopo aver frequentato l’istituto alberghiero Pellegrino, anche te ti sei dato da fare: hai pulito le cozze, hai lavato i piatti, hai imparato a pesare una quantità giusta di spaghetti per due persone e non per tutta Rozzano. E solamente quando hai smesso di chiamare tua mamma per chiederle quanto si bollisse l’acqua per cucinare la pasta, hai conosciuto la svolta professionale: chef da Gualtiero Marchesi a Milano e poi per Alain Ducasse in Francia. E mica pizza e fichi, penne burro e salvia o una scatoletta di Simmenthal, insomma.

Tutto sommato, niente da dire: sei un bell’uomo, peso forma, ti sei fritto i coglioni per arrivare dove sei, e poi? La pizza. Carlo, la pizza. Avresti potuto benissimo continuare a fare il gourmet e proporci di cucinare la domenica a pranzo un risottino alla crema di pistacchio di Brönte con aria di mezza primavera di Cracovia e spruzzo di gnoseologia con coulis di porro raccolto con guanti di zucchero filato, e noi ci saremmo fermati a: «Ma Brönte quella di Cime tempestose?». E invece no, sei andato a mettere il coltello e il mestolo nel sangue degli italiani: le cime di rëp e la pizza. Un po’ come se domani mattina Mara Maionchi si presentasse al Senato a proporre un corso sulle buone maniere: ma che cazzo fai?

 E nonostante tu ci abbia messo l’impegno di Torquato Tasso a descrivere una semplice pizza con un paragrafo che perfino Leopardi ci avrebbe commentato sopra «e il naufragar m’è dolce in questa rottura di cazzo», te lo diciamo con le parole di Antonino Cannavacciuolo che magari recepisci meglio: «Ma ch’è sta mmerd?». Più che pizza pare una tavoletta d’argilla degli Assiri con qualche fetta di mozzarella gettata sopra alla Pollock; noialtri che andiamo avanti con gli spaghetti al pomodoro, rassegnazione e tonno non ci capiremo mai niente eh, ma la pizza no Carlo. Toccaci il Senato, la Democrazia, C’è posta per te, ma c’è un limite a tutto. A qualsiasi tipo di preparazione e lievitazione dei coglioni. 

E nonostante questa lettera possa servirti quanto la carta a strappi per far colare l’olio della frittura, ricordati solo che hai scritto anche un libro dal titolo Dire, Fare, Brasare; Ecco Carlo, pacchero al sugo di cinghiale dei nostri cuori, continua pure a brasare che alla pizza ci pensiamo noi.

Credit immagine di copertina

Articolo scritto da Andrea Perticaroli

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