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Il nuovo Starbucks di Milano è una figata… ma il Frappuccino dov’è?

Stop alle polemiche e stop al televoto: il nuovo Starbucks che aprirà al pubblico domani, 7 settembre, è davvero bellissimo.

Situato (ormai lo sanno pure i muri) in piazza Cordusio, nello storico ufficio delle poste, si estende su una superficie di 2.300 metri quadrati ed esibisce al suo interno lo spettacolo della torrefazione, ossia la preparazione e la miscelatura del caffè.

Occhio però, perché non si tratta esattamente di uno Starbucks, a partire dal nome. Quella di Milano, infatti – insieme alle altre di Seattle e Shanghai – è una Starbucks Reserve Roastery, che anticipa le prossime inaugurazioni di New York, di Chicago e Tokyo. E  che potrebbe pure restare l’unica d’Europa.

Tradotto per chi non è familiare cono lo Starbucks-linguaggio. Se il vostro sogno era di entrare in un classico negozio del colosso a stelle e strisce, ordinare un bel Frappuccino e farvelo servire nel bicchierone col logo verde della sirena… beh, mettetevi il cuore in pace, perché (per ora) non accadrà. Già, niente Frappuccino, niente americanate zozze – ma stantiddio, quanto sono buone? – come Pumpkin Spice Latte & simili, niente donuts ricoperti di glassa colorata e chimicissima.

Nello spazio che ospita una tostatrice Scolari completamente operativa; un bar principale al piano terra; l’Arriviamo Bar con un bancone lungo 10m al piano mezzanino; legno e marmo proveniente dalle cave della Toscana un po’ ovunque, potrete in compenso sperimentare almeno sette modi per preparare (e degustare) un caffè, sbocconcellare le prelibatezze di Princi, sorseggiare un drink per l’aperitivo.

I prezzi non sono certo politici: 1 euro e 80 per un espresso, 3 euro e 50 per un americano short (che diventano 4 se tall e 4,50 se grande), 4 euro e 50 per un cappuccino. Le brioche partono da 2 euro e 80 e arrivano a toccare i 6 euro se salate e farcite con cotto e fontina. Onde evitare di scatenare gli haters, occorre ricordare che Starbucks, negli States ma anche in 25mila negozi sparsi in giro per il mondo, non è esattamente una catena economica: a New York se vuoi il caffè a poco te lo vai a prendere al deli, mica nella casa di Howard Schultz.

Insomma, al di là della location pazzesca e dell’offerta – innegabilmente – di qualità, l’impressione che si ha è che manchi qualcosa. E che quel qualcosa, guarda caso, sia proprio Starbucks. La Starbucks Reserve Roastery è un altro concept ristorativo, per dirla con le parole di un sedicente food blogger o di un finto esperto di design. Ai turisti (hai voluto l’internazionalità? Ora devi pensare anche a loro!) piacerà di sicuro. Ai milanesi chissà: con tutta probabilità la schiferanno a parole, per poi andarci di nascosto a prendere uno Starbucks Reserve Latte a 5 euro.

Chi si sta già innervosendo deve tranquillizzarsi: nei programmi di Schultz & Co. c’è anche l’apertura di uno Starbucks normale entro fine anno, ergo con Frappuccini, bicchieroni bianchi con logo verde, aberrazioni tipo Chestnut Creamy Spicy Whatever Latte e affini. Sono in corso le ricerche per la giusta location, dopodiché il popolo si dividerà: i radical chic nella Reserve Roastery, i fan più affezionati e ruspanti nella copia americana.
Anche questo, d’altronde, è marketing.

Post Scriptum
Premesso che noi de Il Milanese Imbruttito abbiamo apprezzato non poco la Starbucks Reserve Roastery, siamo rimasti… delusi? Amareggiati? Di merda? quando abbiamo notato la differenziazione operata tra brioche (più soffici e panose) e QUESTO. Lasciamo a voi ogni disperato commento:

Credit immagini: IlPost.it; Repubblica.it

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