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Mi sono messo a convivere con una Giargiana e ho perso il controllo della situazione

Tra le tante cazzate che uno può fare vivendo a Milano c’è quella di mettersi una Giargiana in casa. E io, purtroppo, l’ho fatta. Non so sinceramente come sia potuto succedere, ma è un po’ come uno che dà una occhiata a quelli che fanno il gioco delle tre carte in metro a Cadorna e poi si ritrova in prima fila a scommettere: succede, e non resta che rassegnarsi.

Sia chiaro, non è una questione di sentimento, ma proprio una questione psico – logistico quotidiana… rovinosamente rovinata, e manco tanto lentamente. Questo perché la daily routine milanese-giargianesca tra le mura domestiche è un casino, confortevole come una call il giorno di Natale.

Cioè, cosa vuol dire avere una Giargia in casa? Questo:

Affrontare every morning la lamentela quotidiana sul tempo di Milano.

Ogni mattina, puntale come un orologio svizzero, dettagliata come una rubrica meteo del telegiornale, ecco che parte la lamentela sul tempo a Milano. Non c’è niente da fare: every morning lei ci tiene molto a recensire la situazione metereologica del momento fuori dal nostro appartamento, che costantemente barcolla tra un’eccessiva pioggia e un’insostenibile umidità, tanto più se paragonata a quella del suo paese diggiù, dove evidentemente c’è, per 365 giorni all’anno, una temperatura mite di 25-28 gradi, con condizioni metereologiche meravigliose e amiche e amici che non mettono il cappotto dal ’96 e non aprono un ombrello da tre generazioni.

L’insuperabile e logorante lentezza mattutina

Vorrei farmi un caffè al volo, andare in palestra, magari, o essere operativo senza perdere troppo tempo. E invece lei, la mia carissssima dolce metà, affronta il risveglio con la stessa velocità di un modem 56K, condendo il tutto nel latte con lamentele generiche su la fretta dei milanesi, che al suo paese le cose si fanno con calma.

Ospitalità? Chiamala, se vuoi, invasione perenne.

E io che pensavo che l’amore fosse due cuori e una capanna (ovviamente una capanna di un certo livello fatta di bambù pregiato lavorato e con interni in mogano). E invece lei mi sta aiutando a capire che l’amore è due cuori, una capanna e un sacco di altra gente che dalla capanna esce ed entra continuamente quando vuole lei: più che una capanna, un porto di mare (non la fermata). Con questa convivenza posso sempre trovare amici e parenti (suoi) in salotto, in camera, dietro la porta o l’armadio (quello in effetti non so se fosse un parente o un amico…). Comunque ho provato a chiederle se almeno costoro dopo tot giorni potessero dividere l’affitto, ma mi ha detto di stare zitto e spiegato che è una roba da milanese. E io muto, ovviamente.

La gymkhana tra i pacchi everywhere

Giargia, vi assicuro che a Milano riusciamo tranquillamente a nutrirci, non c’è carestia, rischio deperimento fisico istantaneo o vari embarghi in corso. E invece con lei in casa mi sono ritrovato pacchi ovunque pieni di bontà a breve, brevissima scadenza (utili, alla fine, per sfamare gli ospiti vari imbucati… tutto torna, c’è in realtà un disegno diabolico dietro, lo sto piano piano capendo), e la vita diventa nel giro di 36 ore una piacevole gymkhana tra un salame e una burrata che mangiamola subito chiama gente chesenovammmmale. Che bello! Ma non bellissimo.

Il dramma più grande del mondo: il post ritorno da Giargialandia.

Quando il periodo mestruale in confronto diventa l’apice della gioia di coppia del mese. Se lei va unattimogggiù a casa ecco che il ritorno è vissuto come la spedizione al fronte in solitaria di un soldato martire che sa che non potrà mai più rivedere i suoi piccoli bambini, la sua famiglia e manco i cani; mentre tornare a Milano è come ritrovarsi di colpo in una scena di 1984 di Orwell. Tu ci provi a farle capire che non è così grave, ma alla visione del tempo fuori dalla finestra (vedi punto 1) ecco che il dramma continua, nonostante gli altri pacchi al seguito che riempono casa (perché servivano, si sa…).

«Mogli e fatturato dei paesi tuoi» diceva mia madre. D’altronde è vero che al cuor non si comanda… e non fa niente se ogni tanto la notte mi ritrovo a dormire abbracciato alla foto del Duomo piangendo, andrà tutto bene. Fino al prossimo arrivo di scatoloni di cibo in casa.

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