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Lasciate ogni speranza o voi che v’immatricolate

Chi più, chi meno, ma comunque molti han già cominciato l’iter degli arresti domiciliari.
Pardòn: l’università.

Ci sono momenti della vita che accomunano chiunque: il primo Plasmon, il primo coglione visto praticare il salto del tornello a Lanza, e la prima immatricolazione. C’è chi si iscrive all’università dopo aver appurato che la carriera da fashion blogger si ferma al secondo acquisto da Piazza Italia; c’è anche chi, invece, nutre la spasmodica volontà di sostituire Santi Licheri a Forum nel 2030, iscrivendosi a Giurisprudenza. Ma la gioia e l’effervescenza d’inizio carriera universitaria delle matricole è facilmente comparabile agli albori della carriera di Luca Dirisio: ci vuole calma, sangue freddo, tanto tonno in scatola e tre confezioni di bestemmie.

E tutto questo perché, care matricole, tempo due mesi tutto ruoterà attorno alla domanda: «Ma chi cazzo me l’ha fatto fare?».

Arriverete in università e avrete a che fare con i Black bloc dei posti a sedere: c’è chi fa la notturna come se fosse a San Siro ad aspettare il concerto di Beyoncé dell’indomani; c’è chi arriva alle sette per la lezione delle dieci, occupando i posti adiacenti con qualsiasi cianfrusaglia: una matita, un quaderno, un decespugliatore, la propria mamma per i compagni che arriveranno dopo. Edit: compagni che arriveranno come l’Oscar a Di Caprio nel 2014.

Vi siederete la mattina alle 8:30 e le vostre gambe assumeranno una deformazione fisica tale che per potervi rialzare alle 18:30 chiamerete il 115. Quando inizierete a capire che effettivamente il Prof. sta spiegando qualcosa di attinente al vostro corso di laurea, solitamente due giorni dopo ci sarà l’esame.

L’esame. La serenità con cui vi direte «Va beh, è solo da sei crediti» sarà tempestivamente depennata dalla preparazione di: otto manuali, 154 GB di slides, la trascrizione e parafrasi di tutti i singoli del primo album delle Lollipop e dalla conoscenza mnemonica del Vangelo secondo Luca, perché non si sa mai. Ah, naturalmente: all’esame vi chiederanno qualcosa che avreste dovuto scrivere sugli appunti. Dopo aver provato l’ebbrezza di tentare uno stesso esame tante volte quante avete sentito Baby K quest’estate, giungerà il momento in cui dovrete difendere il vostro percorso di studi.

Indipendentemente da cosa abbiate scelto, ci sarà qualcuno che vi romperà i coglioni. Qualcuno che studia di più, qualcun altro che avrà più possibilità lavorative, altri che non volevano neppure rompervi il cazzo ma tant’è, tutti lo fanno. Non preoccupatevi né allarmatevi: solitamente son gli stessi che tornano dall’Erasmus entusiasti d’aver imparato una nuova lingua e son partiti senza sapere la differenza tra apostrofo e accento.

Il cibo sarà la vostra mera consolazione: c’è sempre tempo per fare uno spuntino e prendersi una pausa; ma comunque, non vedrete altro Dio al di fuori della Laurea; la stessa che diventerà la perfetta scusante per qualsiasi contingenza. Non avete voglia di uscire la sera coi soliti amici? Dovete laurearvi, non avete tempo. Non volete aiutare ad apparecchiare vostra madre? Dovete laurearvi, ci mancherebbe. Ma siate già consapevoli che, una volta raggiunta l’agognata laurea, la domanda rimarrà sempre la stessa: «Ah va beh, cosa vuoi farci adesso con una laurea del genere?»
Risposta: «ammazzarmi».

Per questi primi e gioiosi giorni di spensieratezza, non mi rimane altro che augurarvi il meglio, ma aggiungendo un ultimo consiglio: se aveste nel vostro piano di studi Diritto Privato, siete già in ritardo. Sappiatelo.
Già in ritardo.

Articolo scritto da Andrea Perticaroli

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