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Sono stato a un festival di yoga un intero weekend e non ci ho capito un yogamato cazzo

Si è svolto lo scorso weekend il Yoga Festival di Milano presso la bellissima lochescion di Palazzo del Ghiaccio in via Piranesi. E come Miranda Priestley nell’atto di assumere Andy per Runway, ho preso un etto di coraggio e chakra spronandomi a suon di «Provaci, corri il rischio, vai a fare la posizione del sedano piantato in montagna».

Più che altro, ero curioso da morire.

Dovevo necessariamente darmi risposta riguardo cosa cazzo passi per la mente di uno che ci rimane sotto con lo yoga. Nello yoga, l’abito fa il monaco, in senso stretto: se non sei vestito da monaco induista, non sei uno che pratica veramente la disciplina. Infatti, più che a Milano, credevo di essere finito a Nuova Delhi o sul set di Mangia Prega Ama Volume 2. Dopo aver appurato che chi sembrava il Mahatma Gandhi, altro non era che Lugino da Bollate, pronto per la sua lezione sull’importanza del latte di soia, mi son informato per partecipare ad alcune lezioni.

Fortunatamente, l’organizzazione ne prevedeva di gratuite e interattive: eri solo tenuto a portarti il tappetino e fare la fila per parcheggiarti sul parquet. Dopo aver avuto lo stesso tentennamento che ha Valeria Marini nel scegliere il giorno della settimana per la seduta di botox, mi son buttato sul corso Risveglia la tua energia Kundalini, ritrova il tuo vero sé. E sulla carta pareva perfetto, due piccioni con uno yoga: risveglio la mia energia latente da mozzarella di bufala e scopro addirittura che Kundalini non è una malattia venerea.

In mezzo a tutti gli yogisti, mi sarei aspettato una calma interiore inarrivabile anche a Madre Teresa di Calcutta. Beh, invece un santo cazzo. Non appena data la possibilità d’entrare in sala, lì si son tutti trasformati incredibilmente in carcerati di Rebibbia durante il quarto d’ora d’aria. Nemmeno le sciure milanesi in fila in posta il lunedì mattina diventano così cattive, così infime. Ho visto tappetini usati come scudi che nemmeno Xena, tisane al rabarbaro e al cardamomo scagliate sul nemico per farlo scivolare e prendersi la prima fila, usare la posizione del minchia adesso ti ammazzo se non ti togli dal cazzo.

Tra rotture di femori ed ematomi qua e là, inizia la lezione con le parole del Maestro: «Adesso, con calma idilliaca e focus sull’energia del mondo, iniziamo con un can giù e poi un can su». E io, che di yoga ne so quanto Arisa di rinoplastica, tra un cane qua e cane dall’altra parte, mi son dato a quel del Can I go away?

Dopo un’ora a cercare di emulare posizioni fisiche che neppure Carlotta Ferlito in Ginnaste Vite Parallele, arriva l’ora di nutrire il Nirvana e riempire le manchevolezze dello Spirito: il pranzo. Affamato come Mario Adinolfi dopo una passeggiata di ventitré centimetri, mi fiondo al ristorante. L’ecatombe. Certo, non che al Festival dello Yoga mi sarei aspettato di mangiare osso buco e polenta, ma almeno mangiare qualcosa di consistente sì. Il menù offriva la declinazione d’un solo prodotto: la soia. Purea di soia, pasta di soia con sugo di soia, spezzatino di soia con contorno di soia, tiramisù alla soia e tiratemi via da tutta questa merda di soia, per favore.

Finito il pranzo, con un vuoto allo stomaco apocalittico, mi avventuro tra gli stand sparsi per tutta l’area del palazzo. Ho scoperto che ci sono più scuole di yoga che istituti d’istruzione secondaria. Son venuto a conoscenza della potenza dell’infuso alla curcuma che risveglierebbe il pathos latente, così come l’olio decontratturante consigliato vivamente da Paramahmsa Svami Yogananda Giri ji: no, non è uno scioglilingua indiano tipo trentatré trentini, ma un nome proprio.

Passata la giornata all’insegna della conoscenza di me stesso e di muscoli che manco l’anatomia ha ancora studiato, mi dirigo verso l’uscita entusiasta di non averci comunque capito un cazzo, ma fiero della mia partecipazione. Due metri prima dell’uscita e della possibilità di liberare energicamente il mio interiore ma vaffanculo và, mi ferma una ragazza per darmi un omaggio: un brick di succo. Lo metto nello zaino non avendo al momento sete. In metro lo prendo, leggo: latte di soia alla vaniglia e mandorla. Urlo a denti stretti un motto di vita irraggiungibile anche da Paramahmsa, grandissimo Monaco Er Mutanda: «Mai più. Mai più».

Articolo scritto da Andrea Perticaroli

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