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“Vuoi provare le scarpe?” Paga 10 euro. L’assurda mossa anti-Amazon di un negozio

Chi non ha mai detto vado a provarlo in negozio e poi lo compro online che costa meno scagli la prima pietra. Non è colpa vostra, è parte dell’intrinseca natura umana 3.0. Fabio Fulvio, responsabile marketing e innovazione di Confcommercio, spiega così la debolezza in cui cadiamo un po’ tutti: «Questo fenomeno si chiama showrooming, fare da show room per altri con il proprio negozio, ma noi lo abbiamo definito Topo in contrapposizione con il termine RoPo, Research Online, Purchase Offline, cioè il fare ricerche in rete prima di andare a comprare fisicamente in negozio».

Topo è azzeccato, contando quanto fastidioso sia questo comportamento nei confronti di chi ogni sera deve far quadrare i conti: «anche perché spesso gli vengono fatte domande, in qualche modo viene anche sfruttata la sua competenza», conclude Fulvio.

È proprio per combattere questa scorrettezza che un negoziante di Mirandola – in provincia di Modena – ha preso in mano la situazione: 10 euro per provare le scarpe.

A riportare l’accaduto è Federconsumatori Modena: «sono diversi i casi segnalati, tutti relativi al negozio Kiki Sport di Mirandola, in quello che probabilmente è il primo caso in Emilia Romagna, dopo quelli recenti in Toscana (Sarzana e Prato) e a Trento […]. Una signora di Mirandola ha segnalato di aver appreso della richiesta solo una volta all’interno del negozio e di aver abbandonato immediatamente il locale. I casi sono sempre più frequenti, ma dev’esserci un cartello di avviso, se non c’è e il commerciante insiste, occorre chiamare i vigili».

Il titolare, vista l’eco mediatica, è stato intervistato e ha spiegato così l’accaduto: «Non sono 10 euro a fondo perduto ma per cui viene rilasciato regolare scontrino con un buono che, qualora qualcuno decidesse di tornare nel nostro negozio, gli consentirebbe di scontare la somma dall’acquisto di un prodotto».

Un po’ come quando ti chiedono l’euro nei locali per non inculargli il bicchiere.

La Federconsumatori non poteva che intervenire, stabilendo che: il commerciante – nel suo negozio – può fare quel bip che vuole, purché esponga all’esterno un cartello che specifichi questa regola del pagamento delle prove di un tal capo, in modo che un cliente possa decidere se entrarvi o meno. Qualora non fosse esposto il cartello, i clienti non sarebbero tenuti a sborsare un euro, e anzi, sarebbero legittimati a girare i tacchi e andarsene in tutta libertà. Proprio com’è successo alla signora che ha riportato la strana avventura.

Torniamo alla questione del pagare 10 euro per provare qualcosa, che, diciamocelo, diventerebbe in breve tempo l’incubo dei perenni indecisi. Sulla legittimità di una richiesta di questo tipo, Federconsumatori ha commentato: «ci sono pareri contrastanti. Per alcuni sarebbe legittimo richiedere una quota per una sorta di consulenza sull’acquisto, meglio se come acconto per un futuro acquisto. Per altri si tratta di una richiesta illegittima, che va segnalata alle autorità competenti, che debbono sanzionare l’esercente. Le stesse associazioni del commercio si sono espresse criticamente su questa modalità, non appoggiandola. In ogni caso, è necessario che una regola così discutibile, come quella di far pagare la prova di abiti o calzature, sia indicata con grande evidenza all’ingresso del locale commerciale, e non al proprio interno. Questo per consentire al cliente di scegliere se entrare o meno. Inoltre deve essere specificato che la regola sarà applicata a tutti i non acquirenti, e non in modo arbitrario».

Giustamente Federconsumatori osserva anche che come strategia anti-colossi non è delle più brillanti: «con queste chiare indicazioni il commerciante si troverebbe probabilmente con una clientela selezionata, ma anche con una notevole riduzione del volume d’affari. Perché pare evidente che non siano modalità artigianali come questa a consentire al piccolo commercio di competere coi giganti del web; una modalità che al contrario crea soltanto effetti controproducenti».

Ciò che è certo è che «il tema esiste e siamo disponibili a ragionare di modalità legittime, come ad esempio il divieto di fotografare le merci in negozio e i dati posti sulle relative scatole, segnale assai probabile dell’intenzione di acquistare sul web quanto si è provato in negozio».

Anche se dubitiamo che negli orari di punta i negozianti riescano a tener d’occhio ogni persona con un cellulare. Un bel casino insomma.

Credit immagine copertina

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