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“Chiara Ferragni – Unposted”: il dito medio definitivo di Chiara a tutti gli hater

Partiamo dai dati di fatto.
Il primo, credo di non aver mai visto un cinema pieno alle 16:30 di giovedì pomeriggio.
Il secondo, di unposted, in Chiara Ferragni – Unposted, c’è davvero molto poco. Il che era prevedibile, dato che di Chiara conosciamo già praticamente ogni cosa.

Ciò premesso, mi sembra parecchio stupida la supponenza (e l’ignoranza) con cui alcuni critici – o presunti tali – hanno descritto il suo documentario: «inclassificabile», sostiene uno, «effimero, superficiale, a tratti irritante», gli fa eco quell’altro. Bene, la nicchia dei radical chic finto-intellettuali rosiconi può dormire sonni tranquilli. Io però non ci sto.
Qui lo dico e qui lo confermo, sia messo agli atti: a me Chiara Ferragni – Unposted non è dispiaciuto, anzi. A tratti mi ha divertita – i siparietti con Fedez valgono buona parte del film –, a tratti mi è venuto pure qualche brividino – dai raga, se la proposta di matrimonio a Verona non vi smuove niente allora avete un masso al posto del cuore –, il più delle volte mi sono ritrovata a pensare «bella lì Chiara, l’hai davvero messo in quel posto a tutti i tuoi hater».

Ovvio, il documentario è auto-celebrativo, e ci mancherebbe: essendone la protagonista e avendolo auto-prodotto non poteva essere altrimenti. Ci sono i filmini che mamma Marina girava negli anni ‘90; le interviste a Maria Grazia Chiuri; a Jeremy Scott; a Diane von Fürstenberg e ai capi cervelloni di Forbes e Harvard. Si cerca di spiegare il segreto del suo successo e ci si riesce parzialmente, perché è uno strano mix di fare la cosa giusta nel momento giusto, crederci nonostante gli scetticismi iniziali, avere fiuto, avere occhio, avere anche un po’ di culo. È un film a uso e consumo dei fan (ehm, dei follower), perché se Ferragni ti stava sulle palle prima, non sarà certo Chiara Ferragni – Unposted a farti cambiare idea.

Rimane però la netta sensazione – mia per lo meno – che Chiara sia così, vera e non costruita, al di là dei duetti recitati con le amiche e dell’impacchettamento glamour. Lo è quando vuole farsi il piercing (nessuno spoiler sul dove) e s’incoraggia col training autogeno, quando le scappa un «minchia» o un «cazzo» qua e là, quando tira una capocciata all’inaugurazione del flagship milanese, quando si commuove sul finale, quando chiacchiera con Paris Hilton di fronte alla casetta per i cani dell’ereditiera (adoro). Piace? Non piace? Non è quello il punto. Scommetto che i fini esegeti che hanno stroncato Chiara Ferragni – Unposted o che non l’hanno degnato d’attenzione sanno poco o nulla di lei, forse perché la ritengono un prodotto culturalmente basso e non meritevole della loro attenzione. Ed è lì che sta lo sbaglio, nel considerarla tuttora una ragazzotta from Cremona che ama i bei vestiti, punto.

La ragazzotta from Cremona, in principio priva di qualsiasi connessione o aggancio nel mondo della moda, oggi ha un’azienda che fattura 40 milioni di euro e che dà lavoro a oltre 80 persone, un matrimonio felice, un figlio per il quale non s’annulla. E conta alle spalle un ex scomodo, che liquida da gran signora: «Lui mi ha aiutata all’inizio, ma sono io che ho costruito me stessa». Eppure, per qualche bizzarro motivo e pur avendo dato prova delle proprie doti imprenditoriali (nonché personali), in alcuni circoletti Ferragni viene ancora snobbata e non presa sul serio. Tradotto, il documentario trasuda empowerment – no, la parola femminista, per fortuna, non è mai pronunciata in 85 minuti – e veicola un messaggio più che positivo per le donne, ma poche (giornaliste, opinioniste, vattelapesca) in Italia citano Chiara come esempio virtuoso dell’abusatissimo e spesso falsissimo femminismo che sbandierano a destra e sinistra.

Sulle ragioni potremmo interrogarci a lungo: è troppo bòna? È troppo bionda? È troppo ricca? È troppo poco vittima? Io, da bionda amante dei bei vestiti e delle narrazioni a lieto fine, empatizzo: la storia di Ferragni, per quanto mi riguarda, ha la stessa dignità di quella di qualsiasi individuo, uomo o donna, che ha rincorso un obiettivo ed è riuscito a raggiungerlo, avendo successo.

Ultimo ma non meno importante, Chiara Ferragni – Unposted ha incassato 500mila euro in 24 ore, diventando il film più visto in Italia, surclassando la doppietta composta da IT e da Il re leone e scuotendo dall’intorpidimento un settore cinematografico in crisi nera.
Traguardo notevole per una che, stando ai suoi detrattori, «non fa un cazzo tutto il giorno». O no?

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