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La lotta per le finestre aperte (o chiuse) in ufficio è reale. E ci riguarda tutti

Imbruttiti di tutti gli uffici del mondo, unitevi! Il tempo è scaduto e la nostra pazienza ha raggiunto ormai un punto di non ritorno.

Abbiamo lottato fino alla fine per accaparrarci un pezzo della crostata Esselunga che il collega ha generosamente portato per festeggiare il suo compleanno e che, dopo pochi secondi, è diventa preda dei più efferati mangiatori, ingordi seriali e zucchero-dipendenti con cui condividiamo le nostre quaranta ore di agonia settimanale (e senza ricevere un adeguato indennizzo).

Abbiamo affrontato con coraggio, uscendone quasi sempre sconfitti, i virus e i batteri che ciclicamente popolano l’aria (malsana) dei nostri open-space e che vengono diffusi da mamme con figli portatori di peste bubbonica, salvatori del bilancio che si presentano al lavoro pur con le peggiori manifestazioni di zika e dengue, e da aspiranti sciamani devoti al culto della Brigliadori che sperano di guarire dall’influenza con un decotto di zenzero, aloe ed estratti di polvere di unicorno.

Ora, cari compagni, è il momento di tornare in trincea per combattere una nuova battaglia: quella delle finestre aperte in ufficio. So che avete appena sollevato il pugno in aria e lanciato un urlo di consenso. Anzi, forse avete appena finito di litigare col vostro compagno di scrivania proprio per questo motivo.

Perché questa lotta di classe, che ci portiamo dietro dalle elementari e che speravamo di esserci lasciati alle spalle insieme alla parotite, è ormai quotidiana e riguarda la nostra salute e il nostro quieto vivere da qui fino alla pensione (quindi fate pure fino agli ottant’anni, se mai doveste arrivarci).

Non conosce stagioni, età, momenti storici, o repliche di Sentieri. E ha un unico, chiarissimo, nemico: quelli che vogliono tenerle chiuse.

Sì, proprio loro. Loro che, probabilmente dotati di branchie, non sentono l’esigenza di respirare aria pulita a intervalli regolari. Loro che, a causa della probabile discendenza da una vipera cornuta del deserto, in inverno si sentono a proprio agio solo quando in ufficio la temperatura tocca i 38 gradi e l’aria permette il proliferarsi di mangrovie e piante tropicali. Loro che, dopo tutti i microonde che si sono azionati per riscaldare le tristissime schiscette a base di sughi pronti, provano un perverso piacere a mantenere nell’aria l’olezzo di mensa e discarica che ti rimane poi sui vestiti per i successivi due giorni.

Il tutto giustificato sempre e da solo da un’unica frase: “Non aprite le finestre perché non voglio ammalarmi”.

Roberto Burioni, noi ti invochiamo! E a tutti voi nemici dell’aria, io dico, per citare Simona Ventura all’Isola dei Famosi 2011: “Non ci piegherete maiiii”.

Articolo scritto da Maurizio Binetti

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