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Ulisse, who? Storia della mia annuale Odissea per tornare da Londra a Milano a Natale

In questi giorni si è fatto un gran parlare di come possa essere costoso per i fuorisede il rientro a casa per Natale.

Che sia via cielo o terra poco importa, le possibilità che vi ritroviate a spendere mezza busta paga rasentano la certezza.

Messa da parte l’indignazione di rito, però, mi permetto di invitare i cari amici fuorisede a non sottovalutare l’intrinseco valore narrativo e irresistibilmente romantico del presentarsi in aeroporto la sera del 24 più carichi di una renna di Babbo Natale.

Se sopravvivete all’esaurimento nervoso, potreste ritrovarvi protagonisti di una grande avventura. Una di quelle da raccontare al cenone davanti alla 13esima portata. Proprio come successo a me, italiano all’estero (Londra) per il quinto Natale consecutivo.

Tornare a Milano da Londra ogni anno assume sempre di più le connotazioni di un’impresa omerica, e sono sicuro che anche quest’anno tra ritardi, scioperi e dubbi esistenziali dell’equipaggio, ci saranno momenti in cui mediterò di farmela a nuoto da Brighton risalendo lungo il Naviglio Grande fino a Porta Ticinese. 

Devo dire però che la mia preparazione al rientro natalizio è via via migliorata nel tempo, lasciando sempre meno spazio a intoppi di vario genere. Un cambiamento cominciato tre anni fa, quando, per una manciata di minuti, c’è mancato poco passassi il Natale in aeroporto a Londra con tanto di cenone da Subway. 

Era il primo anno che avevo iniziato a guadagnare oltre la soglia di povertà e, da buon Giargiana, mi ero subito scapicollato a sputtanarmi tutto con una serie di regali inutili tra cui spiccava, incontrastato, un paio di Air force della Nike per mia nipote. Perché inutile? Mia nipote aveva un anno. Le sono cresciuti i piedi di tre numeri prima che riuscisse ad aprire gli occhi per vederle.

Il mio obbiettivo era quello di tornare in Italia come una sorta di Lorenzo il Magnifico, lanciando doni dal finestrino del SUV di quel pover’uomo di mio padre costretto a venirmi a prendere in aeroporto alle ore più improbabili. 

Tutto questo perché il figlio, pur di risparmiare quattro soldi, prenotava aerei in perfetto sincrono con i turni notturni delle prostitute al benzinaio.

Dovete quindi immaginare come mi sono presentato tutto baldanzoso all’imbarco la sera della vigilia di Natale. Ecco, un entusiasmo durato giusto il tempo di mettere il mio bagaglio sul rullo della pesa: avevo sforato di circa 8kg.

La signorina dell’imbarco, in maniera molto gentile, si limita a sorridermi con un “eh… è un po’ pesante”. Una gentilezza che finisce per illudermi che tutto possa concludersi a tarallucci e vino. 

Tant’è che io, abituato ai controlli italiani, passo al contrattacco sfoderando un sorriso da piacione e una stronzata tipo “eh sì! Ho preso un sacco di regali!”.

Il cinepanettone al suo massimo splendore! 

Ecco quindi accendersi un breve serrato dialogo che mi riporta immediatamente coi piedi per terra. 

Signorina: “Cosa vuole fare?”
Io: “In che senso?”
Signorina: “Paga o lascia qui?”
Io: “Lascio qui cosa?”
Signorina: “Le cose che ha in valigia per rientrare di 8kg”
Io: “Piuttosto me le mangio. Quanto costa?”
Signorina: “10£ a kg. 80£”
Io: (Santi imprecisati) “Ok, pago”
Signorina: “Non può pagare qui. C’è una coda apposita lì in fondo”

Seguo con la testa la fine di quel flebile ditino fino a rendermi conto che stava inequivocabilmente puntando una delle code più lunghe che avessi mai visto. Una di quelle code che avrebbe fatto passare la coda per il Blu Tornado di Gardaland a Ferragosto come un piccolo intoppo. Quel tipo di coda. 

Ah, dimenticavo. In tutto questo casino mancava circa mezz’ora al decollo del mio aereo. 

Io, da buon italiano all’estero che finge di essersi civilizzato, rispetto la mia coda per circa 20 minuti, poi, come un perfetto Antonio Cassano, inizio a sbuffare e dimenarmi come un toro a Pamplona. 

L’attenzione che chiamo su di me è tale che un inserviente Ryanair si avvicina titubante per chiedermi se va tutto bene. Spiegata la situazione, il ragazzo si limita a dirmi: “La vedi quella macchinetta? Li puoi provare a fare prima, perché con questa fila perdi l’aereo.”

Senza pensarci troppo mi dirigo verso la macchinetta, ovviamente fuori uso, con talmente tanta foga da non rendermi conto di come questa si trovi praticamente alla fine dalla coda, a circa 5 passi dallo sportello che mi consentirebbe di non perdere l’aereo.

Mi volto. Vedo una coppia di turisti orientali che mi guarda abbastanza perplessa. Ci penso su. Chiudo gli occhi. Faccio una sorta di moon walk e gli passo davanti scavalcando loro e le circa 60 persone dietro. Riesco a prendere il volo e a mangiare i tortellini in brodo di mia madre dopo aver pericolosamente flirtato con un crisi diplomatica internazionale. 

La morale della favola? 

Fate quello che vi pare, ma pesate il vostro bagaglio.

Buona fortuna: ci si vede in aeroporto! 

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