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A Milano si stanno costruendo troppi edifici brutti? Qualcuno sostiene di sì

A Milano spuntano palazzi come funghi, ma spesso, più che a dei Porcini, ci troviamo di fronte a una micosi dilagante. Non sempre, infatti, la quantità è sinonimo di qualità e – soprattutto – di bellezza.

Con Expo 2015 abbiamo assistito a un salto che ci ha fregati tutti. Fregati sì, ma in positivo. Ha dato vita alla Milano del futuro: moderna, tech, green, ecosostenibile, all’avanguardia – e tanti altri aggettivi che piacciono agli architetti. Non a caso, il parto ha dato origine al PGT30, che no, non è il nome di un Pokémon, bensì il Piano di Governo del Territorio che promette di far volare la nostra città nell’olimpo delle top metropoli al mondo.

Peccato che, a pari passo con l’innovazione ci sia sempre qualche cono d’ombra. Nel nostro caso, a smuovere la polvere da sotto al tappeto è un articolo di Artribune che punta il dito contro lo speudo-scempio architettonico del dopoguerra. Per farlo, utilizza le parole dell’architetto e professore del Politecnico di Milano Cino Zucchi, che via Facebook si è lasciato andare a una riflessione pacata.

Nel post si spazia dai complimenti come “qualità progettuale sempre più alta nella generazione dei giovani architetti italiani ed europei”, fino ad arrivare al punto fondamentale del discorso: al contrario dei nostri vicini, molti dei progetti in corso a Milano risultano, a suo dire, “spesso molto deludenti”. Che si stia riferendo a qualche case history in particolare? La presa di posizione non sembra avere dei destinatari certi: non ci sono nomi, non ci sono progetti incriminati, ma ci piace immaginare le possibili dietrologie.

Una volta scagliata la pietra però, Zucchi non nasconde di certo la mano: «Cerco di spiegare perché: in un’epoca di diffusione virale delle immagini, esiste ormai un’architettura commerciale – non do a questo termine un valore così negativo – che combina con furbizia motivi copiati qua e là da progetti pubblicati da riviste, creando un linguaggio spurio, senza radici, senza coraggio, senza coerenza vera. È un linguaggio eager to please (ansioso di piacere) che mischia hi-tech, tetti verdi, doppie vetrate, ritmi sincopati, muscoletti, colpi di sole, tatuaggi, zazzere e Ray-ban specchiati».

Per rincarare la dose, continua: «Insomma, se le paragoniamo ai migliori esempi di architettura milanese degli anni ‘50 e ‘60 che sono ormai diventati mete di un turismo colto, davvero non ci siamo».

Solo un’accusa aleggia nell’aria, e fa sicuramente riflettere: «Diciamo che la città è di tutti e tutti hanno il diritto di esprimere giudizi – anche limitati al mi piace o non mi piace -, però c’è qualcuno che sente ancora la differenza tra esibizione e sostanza, tra le frasi a effetto e la poesia vera, tra Eros Ramazzotti (che pure rispetto) e Leonard Cohen?», conclude Zucchi.

E voi, cosa ne pensate?

Credit immagine copertina

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