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Lettera ‘aperta’ a mio nonno (che non c’è più)

Caro nonno,

sono più di trent’anni che non ti scrivo. Un tema alle elementari. Raccontavo alla maestra degli infiniti pomeriggi in tua compagnia. Della vigna e del tuo vino. Della tua semplicità.

Ora ho deciso di rivolgermi a te da un palcoscenico virtuale. Tantissime persone che non hanno mai avuto la fortuna di conoscerti ora sapranno che sei esistito. No, non è vanità o la ricerca di un centinaio di like. Sono io che in questo momento sento il bisogno di te. Enormemente.

Te ne sei andato nel lontano 2006, l’anno delle Olimpiadi invernali a Torino. Io, giovane appassionato di sport, avevo aspettato tanti anni quel momento. Speravo di andare a vedere qualche gara dal vivo. L’unico slalom invece l’ho fatto tra i letti di una corsia d’ospedale, con i sentimenti in discesa libera.

In mezzo a quell’inverno ho capito che da lì in poi la realtà non sarebbe stata più la stessa.

Mi sarei rivolto a te migliaia di volte, alzando gli occhi al cielo, alla ricerca di un tuo segno. L’illuminazione in grado di indirizzare ogni decisione che ho dovuto prendere. Da quella più semplice sino alle grandi scelte per le quali la vita ti pone di fronte a un bivio.

Nei momenti di sconforto è come se mi arrivasse ancora la tua voce. Quel t’è sempli gavatla che, traducendo dal dialetto di noi Giargiana piemontesi, significa te la sei sempre cavata. Pochissime parole che bastavano a scacciare via tutti i miei demoni. Che fosse la paura di un compito in classe il giorno dopo oppure l’ansia per il futuro.

Riuscivi a consolarmi persino quando sentivo crollare il mondo addosso. Quella volta dopo l’incidente, la macchina completamente distrutta con torto, di fronte alle ire attorno a me feci spallucce. Per fortuna nessuno si è fatto male, dicesti, le lamiere si raddrizzano, le ossa rotte un po’ meno.

Hai fatto in tempo a esserci il giorno della mia laurea. Anche se penso tu non abbia capito molto della tesi che stavo discutendo, ho percepito il tuo grandissimo orgoglio. D’altronde mica la vita ti ha mai richiesto di saperne di diritto del lavoro e politica economica. Tu credevi in me, punto e basta.

Dicevi, finirai a Roma in Parlamento, semplicemente perché tutte le sere azzeccavo le frasi alla Ruota della Fortuna di Mike Bongiorno a tempo di record.

In realtà, caro nonno, per quello servono altre qualità e sono finito a Milano in office. Mi piacerebbe passeggiare con te oggi in Piazza Duomo, un giro in Darsena e salire poi sui grattacieli. Non penso tu abbia mai visto una metropoli dal vivo. Al limite sei arrivato a Cologno Monzese. Quella sera che salimmo sulla corriera e andammo a vedere la puntata di La Sai l’Ultima negli studi Mediaset. Quanto ridere a ogni barzelletta. La nonna ne parla ancora oggi con la luce negli occhi.

Mi manca un sacco quel mondo fatto di gesti semplici. Te e io insieme, sul trattore in provinciale a dieci all’ora. Una fila di automobilisti dietro a smadonnare. Il motorino che mi facevi provare di nascosto. Le mille lire per i pacchetti di figurine che ti estorcevo.

Anche gli scherzi stupidi che ci facevamo per sfida. Tu che mi invitavi a mangiare il peperoncino e ridevi quando con la bocca in fuoco mi attaccavo alla fontanella. Su Guido, fa bene per le coronarie. Quanto ridevi quella volta. Per vendicarmi poi ti dicevo che non avresti avuto il coraggio di togliere le vespe dall’uva con le dita. Tu che dopo un contatto ravvicinato con il pungiglione, infilavi il dito gonfissimo nel flacone dell’ammoniaca imprecando. Lì, invece, ho riso io.

Pensavamo di avere davanti un tempo infinito insieme, invece erano solo momenti. Da fissare per sempre nella memoria con l’inchiostro indelebile. Però per ora per caso o sfortuna, adesso ho troppa paura. Pagherei non so quanto per un tuo t’è sempi gavatla.

Photo by Vidar Nordli-Mathisen on Unsplash

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