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Colloqui del cazzo: cronaca tragicomica dei peggiori casi umani che ho incontrato cercando lavoro

Ebbene, oggi ho deciso di confidarmi e approfondire uno strano fenomeno, enigmatico e inspiegabile, di cui non si parla mai abbastanza: i colloqui. Ci sono incontri di lavoro che comportano una dinamica molto semplice, elementare, intuitiva e gradevole. Invio il curriculum – il mio cv interessa – vengo contattata – vado al colloquio – proposta di lavoro. Naturalmente c’è la variante negativa, ma altrettanto semplice: invio il curriculum – il mio cv interessa – vengo contattata – vado al colloquio – “mi spiace ma abbiamo preso un altro”. Vabbè, capita, ci mancherebbe.

In questo mondo di curricula sfogliati, mail cestinate, contatti LinkedIn, appuntamenti telefonici e incontri formali, esiste un sottobosco che per comodità chiameremo i colloqui del cazzo. Quelli che, per intenderci, una volta usciti dall’ufficio del direttore/amministratore delegato/responsabile delle risorse umane fa esclamare con sdegno “Che colloquio del cazzo”.

Ma naturalmente il colloquio non gode di vita propria. A renderlo professionale o assurdo ci pensano le persone. Ecco allora la mia personale classifica dei casi umani incontrati:

Il viscido

Ça va sans dire, a noi donne capita spesso, ahimè, di scontrarci con questa sottospecie di individui. La verità è che non si tratta del palese “Vieni a letto con me e il lavoro è tuo”, ma di una serie di comportamenti più subdoli e stranianti. Una volta ho fatto un colloquio con una persona che decise di fissare il secondo appuntamento in un bar vicino agli uffici, in maniera molto informale, per discutere dei dettagli che erano stati anticipati durante il primo incontro. Le possibilità in ballo erano tante, sembrava tutto molto promettente, finché non mi ha fatto sapere che la settimana successiva sarebbe andato al mare e che, se volevo, potevo andare con lui. “Ma nella casa accanto”, ci ha tenuto a precisare. Ah, che galantuomo! Certo, guarda, sono già lì.

L’altruista

Tempo fa sono stata contattata per un colloquio che, sulla carta, sembrava molto incoraggiante. Ad attendermi, in ufficio, c’erano ben due responsabili e la cosa naturalmente mi ha illuso del fatto che quattro occhi servissero per valutarmi meglio in vista di una possibile opportunità lavorativa. L’incontro è iniziato con un lungo preambolo sulla storia dell’azienda, sugli ultimi cambiamenti in atto, sull’importanza delle loro mansioni, sulla gustosità del risotto allo zafferano della mensa e sullo zelo del servizio di pulizie. Dopo oltre mezz’ora di inutile monologo da parte dei miei due interlocutori, ho iniziato a chiedermi quando si sarebbe finalmente giunti al punto, cioè al motivo della mia presenza lì. Appena ho provato a indagare, l’espressione dei due si è fatta improvvisamente affranta: ah no, ci dispiace, qui non ci sono posizioni aperte. Io basita. “Ma per quale oscura perversione mi avete fatta venire qui?”, mi sono chiesta internamente. Mentre provavo a trovare dentro di me una spiegazione a quell’inutile colloquio, i due altruisti hanno iniziato un teatralissimo quanto surreale dibattito su come avrebbero potuto aiutarmi. Capito, no? Come se fossi stata io a chiamare loro per chiedergli aiuto. “Posso sentire questo mio caro amico, direttore di questa importante agenzia. Magari sta cercando qualcuno come te. Oppure provo a contattare questo mio ex collega, magari il tuo profilo potrebbe interessargli per la sua nuova redazione”. Ovviamente nessuno di questi mi ha mai contattata e a oggi sono ancora qui a chiedermi quale sia stato il senso di questo incontro. Forse il pegno di una scommessa persa? Della serie: “Se perdi la partita a carte devi chiamare una poraccia a caso che ti ha mandato il curriculum e illuderla contattandola per un colloquio”. Mah, vai a sapere.

Lo psicologo

Sembrava troppo bello per essere vero: un’azienda molto importante, un colloquio formale, in ufficio, dopo che avevo mandato il curriculum proponendomi per una specifica posizione che sapevo essere aperta. Ho quindi incontrato un dirigente con il quale ho iniziato una lunga, lunghissima conversazione. Prima, tutta la mia storia lavorativa dal primo dente da latte all’ultimo caffé con i colleghi, poi la palla è passata a lui, che ha iniziato con la storia dell’azienda dai fratelli Lumière a oggi. Infine il mio interlocutore ha snocciolato un’analisi sofferta della difficile situazione lavorativa contemporanea. Ah la crisi, ah la precarietà. Mentre io aspettavo il momento in cui si sarebbe parlato finalmente dell’opportunità lavorativa per la quale mi ero proposta, il distinto signore di fronte a me ha iniziato a farmi una serie di domande molto personali, da psicologo mancato. Cosa avresti voluto fare da grande? Come vivi questo momento di difficoltà lavorativa? Come pensi che sarà la tua vita tra dieci anni? Come mai non ti sei ancora scoraggiata nonostante la crisi del giornalismo? Se il suo intento era quello di deprimermi, ammetto che ha ottenuto il risultato: stavo iniziando a dubitare seriamente della mia vocazione professionale, chiedendomi in effetti se non avesse più senso mollare tutto e aprire un chiringuito a Cuba. Poi, improvvisamente, mi sono ricordata che in realtà mi trovavo in quell’ufficio perché ero stata contattata per una posizione aperta. Quindi poteva esserci una speranza, no? No. Il dirigente mi ha risposto che purtroppo al momento non c’erano possibilità. Ma che se volevo fare due chiacchiere, parlargli dei miei problemi e confidargli le mie paure e preoccupazioni per il futuro, potevo scrivergli senza problemi, giorno e notte. Insomma, uno psicologo mancato e pure un po’ sadico.

La pretenziosa

In questo caso si tratta di una donna, responsabile di un giornale. Ci giravamo intorno da settimane, senza mai riuscire a fissare il colloquio, soprattutto a causa dei suoi impegni. Lei però non ha desistito, ci teneva davvero tanto a incontrarmi e così alla fine ci siamo riuscite. Non c’era una posizione aperta, ma si era parlato di una eventuale collaborazione. Una volta seduta davanti a lei, però, tutta la smania che aveva caratterizzato i nostri colloqui telefonici si era improvvisamente dissolta. Certo, potevo assolutamente collaborare con loro: anche se, vediamo, la cronaca era già tutta coperta, e pure politica, spettacolo, arte, viaggi, moda, animali, nani da giardino, tappetini per il bagno, tutto. Insomma, potevo scrivere per loro, ma non si capiva esattamente di cosa avrei potuto scrivere visto che avevano già abbastanza giornalisti per qualsiasi argomento. Forse di mezze stagioni? Di tecniche di sbadiglio? Ho iniziato così a pensare che fosse in atto una congiura contro di me, uno scherzone generale stile “The Truman Show”, con questi pseudo-direttori che si ritrovano puntualmente in una stanzetta buia a raccontarsi reciprocamente di come hanno illuso poveri disoccupati in cerca di un lavoro. La mia interlocutrice, però, non sembrava volermi del tutto scoraggiare: certo, tutti gli argomenti erano già coperti, però “se per caso avessi avuto un’intervista esclusiva con Bruce Springsteen lei sarebbe stata interessata”. Ma certo, come no. Se un giorno farò un’intervista esclusiva al Boss vi posso assicurare che piuttosto che darla a lei la ridurrò in cenere per poi disperderla dal Golden Gate.

Il desaparecido

Concludo con il mio preferito di questo zoo di casi umani: work edition. Alcuni mesi fa sono stata contattata su LinkedIn da una persona molto interessata al mio profilo professionale. Mi ha chiesto la possibilità di un appuntamento e, dopo essermi informata sul mio interlocutore, ho accettato. Ci siamo incontrati negli uffici, nuovissimi, in centro a Milano. Si trattava di una realtà appena nata, promettente, con contatti già molto importanti. Anche il compenso, decisamente adeguato. Si è parlato a lungo di quello che avrei potuto fare, voleva partire subito, addirittura mi ha mostrato delle stanze vuote dell’ufficio che sarebbero servite per nuove scrivanie, studi e quant’altro. Wow. Bello. Sono tornata a casa, ho iniziato a buttare giù idee, proposte, spunti sui lavori da fare e dopo qualche giorno ci rivediamo. Da parte della responsabile (e del suo collega) tanto entusiasmo e approvazione. Ci siamo stretti la mano, avremmo cominciato a lavorare insieme subito, dalla sera stessa, il tempo di mandarmi le credenziali del sito e altre informazioni importanti. Già. Certo. Ci credete che non li ho mai più sentiti? Spariti. Puf. Non mi hanno mai più risposto e dopo alcuni giorni ho scoperto che il sito era stato cancellato (questo per chiarire che il problema non ero io). Neanche la decenza di mandare una mail, una lettera, un piccione per dare spiegazioni, niente. Insomma, questo è il mio personalissimo elenco di casi umani incontrati durante colloqui del cazzo. Ma sono convinta che il futuro mi regalerà ancora nuovi, allucinanti e del tutto inutili incontri.

Articolo scritto da Wendy Migliaccio

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