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Oh, ma la conoscete la storia di Vicolo dei Lavandai?

Vicolo dei Lavandai. Proprio lì, nell’incantevole cornice del Naviglio Grande, mi è capitato di sentire un Giargiana esclamare con tono sorpreso cavoli, qui non sembra neanche di essere a Milano! Come se fossimo soltanto la città dei grattacieli, dell’ansia da fatturato, della moda e dello smog.

Caro Giargia, vorrei dirti che ti trovi in un posto al quale siamo molto affezionati. Sappi che in un sondaggio del Corriere di qualche tempo fa, Vicolo dei Lavandai è stato eletto luogo del cuore dei milanesi, battendo addirittura il Duomo.

Vedo nei tuoi occhi lo stupore che si trasforma in curiosità. Capisco che ne vorresti sapere un po’ di più e non puoi certo domandare a quel gruppo di hipster. Sono troppo impegnati a registrare un video mentre sorseggiano il terzo moscow mule. Non sanno che proprio lì vicino un tempo c’era una drogheria che vendeva sapone, candeggina e spazzole alle donne impegnate a lavare i panni in pubblico. Vanno bene le stories, però ragazzi un po’ di storia ogni tanto ci vuole!

Devi sapere che il Vicolo dei Lavandai in dialetto si chiamava Vicol di bugandee (da bugada, ossia bucato). Lungo il ruscelletto alimentato dal Naviglio Grande (el fossett) sino agli anni Cinquanta del secolo scorso si lavavano i panni per le famiglie milanesi benestanti.

Gli sciur e le sciure dovevano essere impeccabili e proprio qui ci si dava da fare con acqua corrente e un’energica sbattitura sugli stalli di pietra ancora oggi visibili.

Le lavandaie stavano inginocchiate su un piccolo cassoncino di legno, il brellin. Il detersivo utilizzato era costituito dal cosiddetto palton. Una pasta semidensa a base di cenere, sapone e soda. Le mani delle donne sciacquavano, strizzavano, sbattevano e coprivano di cenere gli abiti per l’imbiancatura. Nei casi più delicati si macerava preventivamente per 24 ore la biancheria con un misterioso impasto di escrementi di vacca e di bue e l’aggiunta di liscivia. Il sapone veniva sostituito di frequente da cenere e acqua bollente versate sopra un tessuto chiamato ceneracciolo disposto sopra i panni.

Al civico numero 6 si può inoltre ammirare una centrifuga che risale al 1900, quando per strizzare i panni si ricorreva a metodi manuali e decisamente impegnativi. Altro che Alexa accendi l’asciugatrice!

Ok, ma perché il Vicolo è intitolato ai Lavandai e non alle Lavandaie?

La domanda è più che pertinente. Devi sapere che già nel 1700 esisteva una potente corporazione maschile, la Confraternita dei Lavandai di Milano. Il protettore della Confraternita è Sant’Antonio da Padova, a cui è dedicato un altare nella chiesa di Santa Maria delle Grazie al Naviglio, ubicata a 100 metri circa da qui, lungo l’Alzaia Naviglio Grande.

Tuttavia, a partire dall’inizio del Novecento, la baracca la mandavano avanti le donne, mentre gli uomini si limitavano a portare a spalla le gerle di panni sporchi e a incassare il denaro. Per questo motivo, per molti milanesi, in realtà il vero nome dovrebbe essere il vicolo delle lavandaie.

Ora che ti ho detto tutte queste cose, però, simpatico Giargiana, devo proprio salutarti. Gli hipster mi reclamano per offrirmi un drink. Mi hanno registrato mentre ti raccontavo questa storia e hanno già un sacco di views su IGTV.

Spero di esserti stato utile. Perché Milano non è solo quello che si racconta. C’è molto di più. Storia, case di ringhiera, cultura popolare e secoli di tradizioni. Un mondo che vale la pena di esplorare per cogliere fino in fondo l’essenza di una città. In due parole, Vecchia Milano.

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