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Peste a Milano: la centenaria storia del Fopponino, da lazzaretto a capolavoro di Gio Ponti

È questo un momento in cui il Manzoni sembra vivere un revival straordinario date le tante – più o meno condivisibili – similitudini tra il periodo attuale, con una Milano afflitta dall’epidemia di COVID-19, e la peste che colpì la città nel 1630.

Sulla scia di questo filone storico-letterario c’è una spinta a riscoprire luoghi della nostra città poco conosciuti ai più: è il caso, ad esempio, del Fopponino, cui Vanity Fair ha dedicato un articolo con un bel racconto sulla sua evoluzione storica dalla nascita, nel ‘500, fino a ciò che ne resta ai giorni nostri.

Molti milanesi sanno forse che il Fopponino si colloca nell’area di Porta Vercellina, dove oggi sorge la chiesa di San Francesco d’Assisi e che, una volta, era uno dei piccoli cimiteri di Milano. Situato, allora, extra moenia, con l’entrata principale sul piazzale Aquileia era infatti uno dei cinque cimiteri cittadini collocati fuori dalle porte di Milano e soppressi negli anni successivi alle aperture del Monumentale e di Musocco.

Costruito in piena epoca spagnola nel Ducato di Milano durante la terribile peste di San Carlo nel 1576 per accogliervi le sepolture dei primi appestati, deve il suo nome al sostantivo milanese foppa (buco, fossa e quindi per estensione cimitero), qui volto nel suo diminutivo. Nella seconda grande pestilenza di Milano del 1630 il cimitero venne trasformato in lazzaretto con la costruzione di 730 capanne per appestati e una chiesetta, di modeste dimensioni. «Alcuni studiosi lo citano con il nome di S. Giovannino alla Paglia, facendo così riferimento alla paglia su cui giacevano gli appestati». Qui l’articolo da cui prendiamo spunto riporta un brano del capitolo XXXV dei Promessi Sposi che descrive con mirabili parole lo scenario dei luoghi di cui parliamo: “S’immagini il lettore il recinto del lazzaretto, popolato di sedici mila appestati; quello spazio tutt’ingombro, dove di capanne e di baracche, dove di carri, dove di gente; quelle due interminate fughe di portici, a destra e a sinistra, piene, gremite di languenti o di cadaveri confusi, sopra sacconi, o sulla paglia; […] e qua e là, un andare e venire, un fermarsi, un correre, un chinarsi, un alzarsi, di convalescenti, di frenetici, di serventi”.

È invece del 1640 circa la cappellina dei Morti che è ancora oggi ben visibile sull’angolo fra piazzale Aquileia e viale San Michele del Carso, e che risulta interessante per la tipica decorazione seicentesca relativa al culto dei morti: la cappella è infatti adornata da tre teschi (di cui uno andato perso) e provvista, oltre la grata che la chiude, di un piccolo ossario a terra contenente alcuni teschi appartenuti ai defunti della peste; sulla facciata campeggia, ancora ben leggibile, il memento mori che da quelle medesime ossa viene rivolto ai passanti a ricordare il destino che tutti ci accomuna:

«CIO CHE SARETE VOI NOI SIAMO ADESSO CHI SI SCORDA DI NOI SCORDA SE STESSO»

Negli anni ’60 del Seicento fu ampliato il nucleo primitivo della chiesetta del lazzaretto, poi definitivamente consacrata a San Giovanni Battista e San Carlo Borromeo. Nel corso del ‘700 il cimitero si ampliò, occupando circa 12.000 metri di terreno e coprendo quelle che oggi conosciamo come via Paolo Giovio e via Andrea Verga.

Verso la fine dell’800 il Fopponino è ufficialmente riconosciuto come il Cimitero di Porta Magenta, uno dei cinque cimiteri cittadini. Una lapide ancora oggi presente ricorda alcuni personaggi illustri che qui furono sepolti: tra questi troviamo il filosofo Melchiorre Gioia, l’architetto Luigi Canonica e Margherita Berezzi, che fu la prima moglie di Giuseppe Verdi.

Con l’apertura del Cimitero Monumentale e il cimitero di Musocco, il Fopponino chiuse definitivamente i battenti divenendo una parrocchia: la Parrocchia dei santi Giovanni Battista e Carlo Borromeo al Fopponino. Quando ci si rese conto che questa chiesa era troppo piccola per poter accogliere i fedeli si diede avvio a un nuovo progetto e alla contestuale ricerca di un architetto qualificato per la realizzazione di uno spazio più ampio. Dopo diversi anni, scartata una prima proposta di Giovanni Muzio, fu scelta quella di Giò Ponti, il quale, oltre a essere un architetto già noto in tutto il mondo, era anche residente nelle vicinanze.

Il 4 maggio 1961 avvenne la posa della prima pietra accompagnata da una grande cerimonia, durante la quale il Sindaco di Assisi consegnò un’altra pietra per la costruzione, proveniente dal monte Subasio, dove sorge la città. Il 10 maggio del 1964 la chiesa venne definitivamente conclusa e aperta al pubblico. L’architettura vide inizialmente l’assenza quasi totale di elementi di decoro, unicamente tesa all’esaltazione delle forme e dello slancio verso l’alto. Nel corso degli anni, però, questo aspetto venne modificato, fino all’inserimento di preziose opere d’arte, oggi presenti al suo interno.

Articolo scritto da Maria Teresa Falqui

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