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Supportare le piccole attività di Milano significa salvare ciò che ci rende una comunità

Sono nato a Milano alla clinica Mangiagalli il 12 luglio 1991. No, non state per leggere il racconto della mia vita, ma il luogo di nascita (già di per sé simbolo di milanesità: generazioni di meneghini sono venute al mondo in quelle sale di via della Commenda) penso sia un particolare biografico importante rispetto al discorso che sto per fare. Proseguiamo quindi con un salto temporale di qualche manciata d’anni: dopo essere cresciuto in provincia, Milano mi ha visto tornare da giovane adulto. Studente universitario prima, spiantato collaboratore a partita IVA poi, caporedattore di questo blog infine. Ricorrono proprio in questi giorni tre anni da che ricopro il ruolo. Concedetemi un po’ di sentimentalismo.

Milano, a discapito di quello che potrebbero pensare alcuni lettori, non è questione che riguardi solo i milanesi. Cosa significhi poi essere milanesi oggi è tutto da capire. Qui potrebbe partire una bella dissertazione non particolarmente originale sulla città cosmopolita e inclusiva che Milano è diventata – o forse è sempre stata? -, ma diciamo la verità: discorsi del genere si sentono ovunque, e spunti simili potete averli letti anche su questa pagina nei mesi passati. Oggi voglio spingere il discorso altrove.

Non so se vivrò tutta la vita in città, come non lo sa la studentessa bocconiana in arrivo a ottobre, l’artista straniero che tenta fortuna qui, o il lavoratore nel campo della moda col sogno nel cassetto di lanciare il proprio brand: me lo auguro. Ma le cose della vita – nonostante la mia giovane età – mi hanno già più volte allontanato. Passare l’arco di un’esistenza legati a un luogo – legati eh, non domiciliati. La presenza fisica non conta davvero. Conta dove risiede la parte più profonda di noi – significa osservarne fasi, alterazioni, mutamenti. Deflagranti esplosioni e dolorosi momenti di fatica. È ciò che succede nella vita a ciascuno di noi, nel nostro piccolo e per nulla straordinario percorso, ed è ciò cui assistiamo macroscopicamente guardando un grosso organismo vivente come la città.

Nei momenti più difficili – perché ci sono; uno lo stiamo vivendo – ciascuno fa leva sulle proprie certezze, gli amuleti interiori cui votarsi per non perdere la rotta. E la stessa cosa fanno le realtà urbane, le persone che le compongono: ricorrono a simboli, baluardi che fungano da faro in un momento di nebbia mentre la tempesta imperversa. Possono essere oggetti (per chi crede – ma anche per chi non crede – la Madonnina è l’esempio perfetto), passioni (lo sport unisce, lega e conforta), possono essere luoghi cui sono legati ricordi talmente felici da essere quasi dolorosi. Non è un caso che quando ciascuno ripensa alla PROPRIA città, ricordi prima di tutto punti specifici definibili da coordinate geografiche interiori: la piazza del primo bacio, la panchina di fronte alla chiesa in cui abbiamo mangiato un gelato con un amore finito, il primo indirizzo appena arrivati o l’ultimo dove abbiamo visto un amico.

Se penso ai luoghi di Milano cui sono più affezionato non mi vengono in mente i tradizionali punti turistici da 5 stelle Tripadvisor, ma un paio di indirizzi che a molti, così su due piedi, diranno ben poco: corso Genova 5 e piazza Buozzi 2. Se siete di Milano, ad aver letto il secondo potrebbe essersi accesa una lampadina: è la sede di Giannasi, storica polleria-gastronomia con la riconoscibilissima edicola nel centro della rotonda. Qui intorno vivono alcune delle persone che mi sono più care – io stesso ci ho vissuto per quasi un anno e mezzo – e riconosco nel quartiere bar, ristoranti, attività, visi ai quali sono estremamente legato. Insomma, è la mia zona, anche se non ci vivo più.

Il primo indirizzo invece non potreste mai indovinarlo: è dove si trova il negozio aperto da mia madre alla fine degli anni Ottanta. Si chiama Bigiotterie Susi Sartori e i primi ricordi di me bambino ritornano proprio a quella bigiotteria dall’arredamento curioso (e anche un po’ lezioso, diciamolo). Per non parlare delle foto che mi ritraggono, ancora neonato, sul bancone come fosse un fasciatoio.

Cos’hanno in comune questi luoghi? Sono attività, sono persone che dietro quelle insegne, quei banconi, vivono, lavorano e combattono quotidianamente la difficile congiuntura cui Milano – l’Italia intera – è andata incontro negli ultimi mesi. Sono due, cento, mille in tutta la città: è il bar sotto casa in cui per una vita abbiamo bevuto il caffè prima di correre in ufficio, il localino delle pause pranzo con i colleghi, la lavanderia che decine di volte ci ha salvati dalle pieghe stropicciate di una camicia sudata e i negozietti di quartiere che costellano la nostra geografia interiore. Ognuno di noi ha la propria. Anzi Imbruttiti, ci piacerebbe proprio sapere quali sono le vostre: finito di leggere qui, commentate in modo che il processo virtuoso di sostegno si autoalimenti grazie alle varie segnalazioni.

Tenere in piedi queste piccole realtà, queste persone, significa conservare i nostri simboli, la nostra Milanesità – quella con la M maiuscola: realtà essenziali per l’economia, per il turismo e il commercio.

Non si tratta di parole vuote, a capirlo è stata anche un’azienda, VISA, che ha lanciato la campagna Dove compri conta, iniziativa per supportare le piccole imprese e le comunità ad affrontare il processo di ripresa economica a seguito dell’emergenza Covid-19. Un moto di ausilio collettivo – la responsabilità è di ciascuno – per salvare e sostenere attivamente realtà che vivono un momento di grande difficoltà.

La campagna suggerisce proprio questo: ciascuno può, con attenzione e sensibilità, stare vicino alle microimprese che gli sono più care. Quelle storiche o più rappresentative delle realtà di quartiere, alcune delle quali, nei pesanti mesi di totale clausura, non hanno mai abbassato la saracinesca – anzi, la clèr, come si dice a Milano – e ancora oggi, nonostante le preoccupazioni per un futuro particolarmente incerto, tirano avanti. VISA stessa sosterrà con alcune iniziative questa spina dorsale dell’economia cittadina (e quella di altre due città particolarmente colpite: Bergamo e Venezia), come il lancio di una piattaforma a supporto della digitalizzazione dei piccoli esercenti e delle PMI italiane, per facilitare l’adozione di strumenti come l’e-commerce e l’accettazione dei pagamenti elettronici.

Uno sforzo – ma anche un regalo – che ci dobbiamo come comunità: per poterci riconoscere domani, quando la nebbia sarà calata, nei volti e negli occhi che ci hanno accompagnato e guidato, che sono proprio il volto e gli occhi di Milano.

Articolo scritto in collaborazione con Visa

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